LA FESSURA
Seduta sul materasso fissava il paesaggio che la attendeva al di là della finestra. Il tetto del palazzo di fronte ogni giorno si popolava, ad intervalli quasi regolari, di diverse figure, diventando suo malgrado sede d'importanti attività.
Mentre osservava, quasi assorta, uno di questi momenti di operosità, rifletteva: "la mia scelta di essere spettatrice della vita mi ha permesso di sviluppare una fantasia quasi rarefatta, dove personaggi si mescolano in spazi, storie e tempi diversi, per questo motivo il mio sentirmi più persone in una l'avevo sempre vissuto come condizione fatalmente normale, anche se la mia convinta normalità non mi è stata per niente di supporto quando ho deciso di guardare in faccia la mia realtà. La mia vita si riassumeva così: un palese caso di "schizofrenia culturale". Finalmente la sua patologia le si rivelava chiara in tutti i suoi sintomi: strani sentimenti di appartenenza verso luoghi mai conosciuti e al contrario quasi un costante senso di inadeguatezza sperimentato nei luoghi in cui era cresciuta. Spinta dalla volontà di dimostrare a se stessa l'esattezza della sua diagnosi aveva così deciso. Erano ormai un po' di mesi che viveva li, e oggi era il giorno giusto: avrebbe provato finalmente a vedere il mondo da una fessura, mantenendo come unico contatto con il mondo esterno solo i suoi occhi, mani e piedi.
Risoluta si vestì, indossò la "copertura", il kajal, un ultimo controllo per evitare di mostrare ciocche ribelli e si avviò verso la porta di casa.
Varcò la porta, il giardino e il cortile le parevano già diversi. Guardare attraverso la fessura le rendeva possibile una visione limitata, ma più vigile. I particolari spiccavano agli occhi. Proprio nascondersi al mondo le permetteva di vedere finalmente, le cose nella loro realtà. Restò colpita quasi scossa, da questa sconcertante scoperta. Aprì il portone del cortile e mise piede di nuovo in quel mondo sconosciuto, ma già parte di lei.
La stradina che dalla sua casa portava alla strada principale era in terra battuta, dello stesso colore delle case, anzi era forse la stessa terra con cui erano costruite.
Si guardò intorno: era proprio per quelle case che era venuta. Le costruzioni di quella città
l'avevano conquistata fin dal primo momento. Le aveva viste all'università, ed era rimasta
abbagliata da quei tratti bianchi che disegnavano i profili delle finestre, da quegli sprazzi di colore scatenati dal sole che batteva contro le qamariyyas (Le finestre in vetro colorato tipiche dei palazzi yemeniti). Questa sorta di recondito sogno veneziano nel deserto l'avevano inesorabilmente catturata, mentre le diapositive le scorrevano davanti sullo sfondo del Canal Grande. In quello stesso momento aveva deciso che ci sarebbe andata, voleva vivere li, almeno per un po', per conoscere e conoscersi di nuovo.
Anche quella volta si era lasciata guidare dal desiderio che la coglieva a volte, mentre osservava immagini di paesi lontani. Da cittadina del mondo, qual era diventata dall'età di 17 anni, le era abbastanza chiaro il suo desiderio di conoscere paesi diversi, ma non era ancora riuscita a capire il forte senso di appartenenza che sentiva in special modo verso alcuni luoghi... la sua schizofrenia culturale poteva esserne la ragione, non aveva mai avuto un posto preciso a cui appartenere, ma diversi.
Mentre cercava una via d'uscita logica a questi pensieri arrivò alla strada principale, si guardò intorno per evitare le macchine e girò a sinistra. Faceva sempre a solita strada, ma ogni volta era un nuovo viaggio, che se pur breve poteva riservare piacevoli e interessanti scoperte.
La strada verso il suq le piaceva: affiancava la moschea, costeggiava il muro che ne delimitava il perimetro, fino al marciapiede che scorreva lungo il wadi per poi attraversare uno dei tanti ponti per entrare finalmente nella città vecchia.
I suoi occhi abituatisi al sole, si stavano anche ambientando alla nuova prospettiva, quando incontrò un gruppetto di donne, anch'esse vestite secondo tradizione, tornavano probabilmente dal loro pomeriggio al hammam (era il giorno riservato alle donne), e incrociandola salutarono, senza sapere in realtà chi fosse, ma identificando immediatamente il suo abito come un segno inequivocabile di appartenenza alla loro cerchia femminile, a torto definita sottomessa.
Il piacevole episodio la accompagnò all'entrata del suq.
Tra le stradine che tagliavano il suq in ogni direzione e le botteghe ricolme di merci intuì cosa nascondeva in realtà questa copertura: libertà dell'essere, poiché con quell'abito poteva essere invisibile, ma comunque presente, sottostare a questi canoni permetteva alle donne, (in passato anche a qualche uomo), di muoversi con maggiore libertà e sicurezza anche all'interno di ambiti considerati promiscui. Paradossalmente la costrizione aveva portato maggiori opportunità di partecipazione alla vita sociale, in fondo gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Assorta nei suoi pensieri aveva superato quasi indenne le zone più inebrianti del suq, quelle dell'argento, oro e delle stoffe, per raggiungere la salvezza in uno dei diversi ponti che permettevano di attraversare il wadi nei periodi di pioggia ed uscire dal suq e dalla città vecchia.
"IL PONTE!!!! come poteva esserle passato di mente, quel ponte in particolare era un po' che non lo affrontava, aveva infatti cambiato tragitto negli ultimi tempi, dopo che quel ragazzo per una settimana di seguito, sembrava aspettarla proprio li e lei se ne era dimenticata.
Dopo un momento di simil-panico, decise di continuare: "Questa volta non dovrò subire i suoi occhi scuri che mi cercano dentro, non potrà più farlo, grazie proprio all'abito che indosso.." infatti, aveva anche comprato una borsa e un paio di sandali come quelli portati dalle donne della capitale.
Così abbigliata era anche lei come le altre donne: solo una fessura per occhi.
Continuò a camminare con passo spedito, come per prendere abbastanza velocità da non poter essere fermata. Trepidante alzò gli occhi: "Eccolo, è ancora li, mi chiedo se aspetti davvero me?” Gli era quasi di fianco, il primo scalino del ponte era quasi fatto e gli stava passando davanti.
Mantenne lo sguardo fisso, verso un punto ignoto..
Era passata e lui non l'aveva riconosciuta ... forse.
Ripresasi dalla scarica di adrenalina rallentò un po' il passo, smise di trattenere il respiro. Era troppo agitata per tornare subito a casa, decise così di fare una passeggiata, si diresse verso quella che era soprannominata "la strada dell'amore", perché ricolma di gioiellerie e negozi di vestiti e quindi molto frequentata dalle ragazze, che rappresentavano altrettanti gioielli in mostra per i ragazzi che vi si davano appuntamento.
Rapita dallo sfavillio dei monili, la cui ricchezza le dava spesso l'impressione di essere entrata nelle "mille e una notte", si fermò davanti a una vetrina, quel bracciale era ancora là, ed era probabilmente la centesima volta che si fermava ad ammirarlo, cosa dire poi delle cinture in filigrana d'oro fatte per le spose ?!!
Ad un tratto si sentì prendere la mano, la presa era dolce ma decisa, la mano sembrava però scossa da un fremito d'impazienza.
La folla che prima la circondava, si stava diradando, il passo del suo "rapitore" era veloce, ciò non le aveva ancora permesso di poter sollevare lo sguardo dalle strade senza correre il rischio di inciampare rovinosamente in uno dei tanti buchi che costellavano il percorso.
Il suo "rapitore" la stava riportando verso al città vecchia, poteva dirlo dal diverso tipo di mattonelle che pavimentavano le stradine tortuose che via via prendevano.
Finalmente si fermarono e riuscì ad allargare la sua visuale già limitata dalla fessura che aveva scelto.
Era lui, il ragazzo del ponte. Ora che lo vedeva, lo guardava, notò occhi chiari e una carnagione scura, stava lì davanti a lei, anche lui vestito secondo la tradizione aveva proprio un fascino esotico.
Mentre cercava di capire cosa le accadeva lui le disse: «Ti puoi anche coprire, come le nostre donne, ma io riconosco il tuo passo, il tuo ancheggiare timido, il tuo portamento da bimba in fuga dalla mamma. Se ti vuoi nascondere da me, non farlo, dimmi solo che non mi vuoi conoscere e non mi troverai più ad aspettarti al ponte". Detto questo, con lo sguardo fisso sul suo volto celato, le indicò con un gesto e una carezza la strada da seguire e poi spari. Lei rimase lì, immersa nelle parole, lo guardò allontanarsi, voleva seguirlo, ma il corpo non le rispose.
Seduta di nuovo sul materasso, cercò la finestra con lo sguardo, di nuovo le donne stendevano il bucato, o semplicemente passavano un po' di tempo con le amiche, chiacchierando fuori all’aperto.
I colori, normalmente nascosti sotto le coperture ora brillavano al sole, e i loro abiti mostravano una vitalità altrimenti difficile da svelare, alcune avevano il viso scoperto e i capelli raccolti in foulard neri, altre invece mostravano solo gli occhi.
Si accoccolò tra le braccia di Samir, alla ricerca di nuovi pensieri.
Questo racconto ha vinto il premio speciale Città di Venezia- concorso Subway letteratura 2007

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